|
Sono tante le certezze, i dogmi e i paradigmi che la sconvolgente crisi finanziaria che stiamo vivendo ha già affondato e continuerà a polverizzare. Ma, in un clima di impressionante incertezza come quello che avvolge i mercati finanziari di tutto il mondo, la vicenda delle banche italiane è destinata a diventare un caso di scuola e già in parte lo è. Chi pensava che la crisi finanziaria, essendo nata nel cuore degli Stati Uniti e per di più in un segmento molto circoscritto della finanza come quello dei mutui subprime, non contagiasse l'Europa e il resto del mondo ha già avuto e ha buoni motivi per ricredersi.
Tutti i dati finora disponibili dicono che il nostro sistema bancario è solido e stabile perché sufficientemente patrimonializzato e sufficientemente liquido. Secondo le più recenti elaborazioni del centro studi e ricerche dell'Abi su dati Banca d'Italia, il coefficiente patrimoniale delle diverse tipologie delle banche italiane è mediamente al di sopra delle soglie previste da Basilea 2. Nel totale del sistema il coefficiente patrimoniale, calcolato sul patrimonio di base, si attesta in effetti al 7,60%, quello dei maggiori gruppi bancari italiani al 6,50%, quello dei gruppi bancari con sede al Nord al 7,50%, quello dei gruppi con sede in aree più difficili come il Mezzogiorno al 14,70%, quello delle banche popolari al 7,50% e quello delle Bcc (le banche di credito cooperativo) al 14,80 per cento.
Le virtù delle banche italiane - che possono essere criticate sul piano dell'efficienza, della trasparenza e dell'attenzione al cliente, ma che hanno un buon grado di stabilità e solidità - non piovono dal cielo. Hanno, infatti, principalmente tre origini: l'ancoraggio al modello tradizionale di banca retail (più credito che finanza), il forte legame con il territorio e la professionalità di una Vigilanza indipendente come quella della Banca d'Italia.
Fino a qualche mese fa la minor propensione all'innovazione e all'uso sregolato dei derivati e delle più complesse alchimie finanziarie veniva considerato un segno di arretratezza della maggior parte delle banche italiane.
I fatti ribaltano oggi i giudizi più ingenerosi e rivalutano la prudenza e lo stile conservativo.
Un approccio, quest'ultimo, che è strettamente legato al radicamento territoriale delle banche e a una tipologia di clienti fatta essenzialmente di famiglie e di piccole imprese industriali, artigiane, commerciali, agricole.
Una clientela che nessuno conosce meglio della banca del territorio circostante (che può essere la Popolare o la Bcc del posto, ma anche la filiale di un grande gruppo se ha l'intelligenza di attivare le antenne giuste o di collegarsi alla preziosa rete dei Confidi) e che dà alla stessa banca un vantaggio competitivo.
Come avverte il 13° Rapporto sul sistema finanziario italiano curato dalla Fondazione Rosselli, la banca territoriale, potendo accoppiare l'informazione formale a quella diretta e informale, è in grado di conoscere più da vicino la clientela, di ponderarne le richieste e di gestire al meglio il rischio.
Tuttavia la solidità patrimoniale delle banche non è un valore assoluto, ma va letta in relazione al contesto economico e finanziario ma anche al grado di fiducia in cui la banca opera. E non è per caso che, in tempi non sospetti e lontani dallo tsunami di questi giorni, la Banca d'Italia avvertiva che l'anno scorso il coefficiente relativo al patrimonio di base (Tier 1 ratio) dei maggiori gruppi, pur restando al di sopra dei limiti regolamentari, si era lievemente ridotto dal 6,8 al 6,5% di media.
Ma soprattutto ricordava di aver già chiesto alle banche di «procedere al necessario rafforzamento» del patrimonio in considerazione dell'incertezza del quadro sia macroeconomico che finanziario.
«È essenziale - disse in quell'occasione Mario Draghi - che gli intermediari siano in grado di valutare in ogni momento l'impatto sul reddito e sul patrimonio di eventi improbabili ma dirompenti, nonchè le possibili interazioni tra rischi diversi: di credito, di mercato, di liquidità, di tasso».
Aggiunse il Governatore che «la Banca d'Italia ha chiesto alle maggiori banche di stabilire una prassi sistematica di stress testing» ma quel che più importa era che «i primi risultati, pur complessivamente rassicuranti, in alcuni casi hanno mostrato che i presidi di liquidità nei confronti di eventi estremi non erano adeguati (e che) alle banche interessate si è chiesto di ricostruire prontamente un livello appropriato di liquidità».
Rilette adesso quelle parole sono confortanti perché confermano che non da oggi la Banca d'Italia tiene alta la guardia sulla liquidità e sulla solidità patrimoniale di tutte le banche italiane.
Fanno tuttavia riflettere sugli sviluppi del rapporto tra banche e imprese in un contesto di crisi.
Non è solo questione di credit crunch e di pericoli di stretta creditizia in vista di un non breve rallentamento della nostra economia e di una frenata del commercio mondiale.
Gli aspetti da considerare con preoccupazione non sono solo questi e i problemi da affrontare per tempo sono più insidiosi di quanto comunemente si creda.
Ecco allora che insieme alle virtù di un sistema finanziario molto bancocentrico e di un sistema bancario molto legato al territorio si affiancano e diventano più rilevanti i vizi e i punti dolenti.
Che cosa può realmente succedere nel rapporto tra sistema bancario e sistema industriale italiano se la crisi economica e soprattutto finanziaria si dovesse approfondire?
L'ufficio studi di Mediobanca ha provato a fare qualche riflessione mettendo a fuoco tendenze emerse nelle tradizionali indagini che compie sul sistema delle imprese italiane, sui grandi gruppi, sulle multinazionali e sul cosiddetto «Quarto capitalismo» delle medie imprese manifatturiere.
Debole appare soprattutto la posizione finanziaria delle piccole e piccolissime imprese, che costituiscono il comparto più numeroso del nostro sistema produttivo rappresentando l'elemento costitutivo dei distretti ed una componente essenziale delle reti organizzate dalle medie imprese.
Sono le più esposte ed indebitate con il sistema bancario, soprattutto a copertura del capitale circolante e quidi della produzione corrente.
È certamente sulle imprese minori che la stretta del credito rischia di mordere di più, ma il pericolo è quello del cortocircuito e del rischio che, in assenza di liquidità e di un mercato del credito regolarmente funzionanente, le piccole imprese siano costrette a rispondere agli ultimatum delle banche uscendo dalla scena o battendo cassa presso i loro principali clienti e cioè le medie imprese che vantano sì un'elevata solidità finanziaria ma non tale da sostituire il normale credito bancario.
Ecco perchè, oltre a garantire i depositi dei risparmiatori e a ricapitalizzare le banche in difficoltà attraverso l'intervento del Tesoro, è sull'asse banche-imprese e banche-famiglie che occorre tenere i riflettori accesi perché alla produzione e al lavoro non vengano meno i finanziamenti di cui hanno bisogno.
Qui però affiora il rovescio della medaglia del nostro sistema finanziario con i limiti di un assetto bancocentrico che, limitando i canali di finanziamento dell'impresa, specialmente se piccola, ne accentua le difficoltà e ne moltiplica i rischi proprio in tempi di crisi.
Il ribilanciamento del sistema finanziario e l'accesso a una pluralità di canali di approvvigionamento con il conseguente allentamento della dipendenza dalle banche anche per le imprese di media e piccola dimensione non è un problema nuovo e non è una questione che si possa risolvere in pochi giorni, ma è un nodo che la crisi ci ripropone e che non potrà essere messo in soffitta per sempre.
Il Sole 24 Ore - Franco Locatelli
Eurogroup, da oltre vent'anni, fornisce un'ampia gamma di servizi di consulenza alla piccola e media impresa.
Contattaci Dove siamo
L’area riservata alle aziende della community Eurogroup: esserci migliora la gestione della tua impresa.
Per una scelta consapevole sul risparmio energetico.
Le Banche al servizio della tua Impresa!
Un canale di comunicazione privilegiato con gli Istituti di Credito partner di Eurogroup.