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Depositata la polvere sulle macerie del credito internazionale, il complicato rapporto fra banca e impresa produce anche in Italia una contrapposizione fra i grandi e i piccoli.
Un antagonismo spesso silenzioso, ogni tanto esplicito, qualche volta espresso in modi vivaci, se non bruschi.
Da una analisi di Via Nazionale su questo tema, così scabroso per il mondo della rappresentanza e della politica, emerge finalmente una certezza.
In un contesto generale di notevole liquidità, dall'aprile del 2006 i destini di quelli che si recano allo sportello divergono, a seconda della dimensione della loro azienda: smette di crescere la disponibilità a sostenere l'attività di chi ha meno di 20 dipendenti, mentre viene finanziata a piene mani quella delle aziende più strutturate.
Il grafico è abbastanza impressionante: dal gennaio 2004 all'aprile 2006, tutto si svolge normalmente, senza una grande differenza fra piccoli e grandi.
Ancora nell'aprile di tre anni fa, il valore per tutte le aziende si attesta intorno al 7 per cento. Il tasso di crescita per i piccoli resta costante iniziando poi, alla fine del 2007, una lenta discesa che, a gennaio di quest'anno, in piena crisi finanziaria internazionale, si sarebbe trasformata in un vera e propria restrizione del credito: un +1% nominale che l'inflazione reale si mangia senza troppi problemi, ponendo le basi per un vero credit crunch. «Tuttavia - puntualizza Pietro Modiano, ex direttore generale della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo - fra 2006 e 2008 nessuno ha mai negato i fidi ai piccoli. Piuttosto, molti di loro si sono autofinanziati. Non dimentichiamoci che quella è stata la stagione in cui le aziende hanno raccolto i frutti della ristrutturazione post-euro: nei casi migliori, hanno potuto anche evitare di venire in banca».
Nel grafico della Banca d'Italia, emerge plasticamente nella curva superiore la bolla composta dall'immobiliare, dal private equity e dalle operazioni a debito dei grandi gruppi: «Nella linea inferiore, quasi piatta, c'è invece la persistenza della virtù italiana dei piccoli», chiosa Modiano. Secondo una elaborazione della Banca d'Italia sui dati della Centrale dei bilanci, per quanto limitata al manifatturiero, fra 1999 e 2006 il leverage è non a caso calato per le aziende a bassa intensità tecnologica dal 56,5 al 51,6%, in quelle a medio-bassa dal 52,2 al 49,5%, in quelle a medio-alta dal 51,8 al 44,7%, in quelle ad alta intensità tecnologica da 49,6 al 43,2 per cento.
Marco Alfieri e Paolo Bricco
Il Sole 24 Ore