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L'integrazione dei sistemi bancari ha fatto passi da gigante in Europa nell'ultimo decennio , sotto la spinta potente della politica monetaria unica e di una maggiore armonizzazione delle norme.
Ma ciò che ancora non può dirsi pienamente integrato è il mercato dei servizi bancari al dettaglio (retail), riservato essenzialmente a famiglie e a piccole imprese. Perchè? Di che cosa sono fatte barriere e frontiere che continuano a frenare l'integrazione? Se lo sono chiesto due economisti della Banca d'Italia, Massimiliano Affinito e Matteo Piazza e il risultato delle loro indagini realizzate con l'aiuto dell'econometria è stato appena pubblicato nei "Temi di discussione" dell'Istituto. «La prima barriera all'integrazione - spiegano gli economisti- deriva dal vantaggio informativo che le banche già operanti vantano nei confronti delle potenziali concorrenti».
A volte questo vantaggio rappresenta un costo cosi elevato per le banche entranti da impedirne l'accesso. Contribuiscono a innalzare questa barriera le differenze culturali e linguistiche esistenti in Europa, le varie tipologie di contratti bancari, i rapporti di clientela con i consumatori locali. La seconda barriera è di tipo regolamentare e nasce dai potenziali ostacoli che un'azienda di credito si trova di fronte in un mercato in cui esistono regole strutture proprietarie e di corporate governance diverse da quelle a cui è abituata.
Gli esperti di Bankitalia hanno condotto un'analisi a livello regionale, anzichè nazionale: hanno setacciato cioè le 147 regioni amministrative dei 13 paesi Ue (Lombardia, Borgogna, Baviera, Catalogna, Yorkshire...).
Oltre a dar conto di caratteristiche locali storiche, l'esame condotto a livello regionale permette di esaminare gli effetti delle asimmetrie informative nei rapporti fra banche e piccole imprese locali e tiene conto anche degli effetti delle numerose diversità relative alle lingue parlate in Europa.
L'indagine usa due indicatori di integrazione: un indice per il localismo, correlato con la quota di sportelli bancari in ciascuna regione posseduti da banche con la sede principale in quella stessa regione.
Il secondo indicatore è il numero di banche straniere presenti in ogni regione: dove ci sono meno banche straniere, l'integrazione è inferiore. Ed ecco i risultati: in primo luogo, osservano gli estensori, l'analisi econometrica suggerisce che sono soprattutto le asimmetrie informative e gli assetti proprietari ad aver maggiormente contribuito a segmentare il mercato.
Contano molto meno, invece, le differenze regolamentari fra i paesi della Ue. Inoltre, la presenza di minoranze linguistiche accresce il localismo bancario. Non basta: dove la dimensione media delle imprese è minore, il grado di localismo bancario risulta più elevato e la presenza di banche straniere diminuisce.
Infine, annotano gli economisti di Bankitalia, l'indice di localismo tende ad essere più elevato dove la presenza dello Stato è più diffusa nel settore creditizio: Germania, Austria, Grecia e Portogallo.
Il Sole 24 Ore - Rossella Bocciarelli
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