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Crediti e Finanza

Cari banchieri, puntate meno sui rating e date più valore all'economia reale.

18.11.2008 La recessione costringe a rivedere i sistemi organizzativi utilizzati dalle banche.

C'erano una volta i direttori delle filiali bancarie da cui dipendevano in tutto e per tutto i finanziamenti delle imprese clienti. 
Erano, a livello locale, riveriti e anche un po' temuti, conoscevano vita, morte e miracoli delle aziende presenti sul territorio. 
Ogni grande banca aveva una politica attenta di gestione delle risorse umane che ne programmava i trasferimenti in modo da completare la loro formazione e la conoscenza della clientela. 
I migliori, dopo anni di dura gavetta, venivano cooptati nel quartier generale e, al culmine di una selezione severa, erano candidati alle posizioni di maggior responsabilità. 

Ormai da tempo l'aria è completamente cambiata. 
Certo i direttori di filiale esistono ancora, ma la tendenza è a considerarli semplici impiegati retribuiti un po' meglio degli altri. 
In buona parte dei casi, per quanto riguarda i finanziamenti alle imprese, sono stati sostituiti da procedure automatizzate, che hanno come riferimento il sistema dei rating, il cui compito è misurare il grado di solvibilità del cliente, cioè la capacità di rimborsare il debito. 
Gli stessi rating che, a livello internazionale, dettano legge e risultano determinanti per le società quotate in Borsa come per gli Stati. 

Contemporaneamente, il tramonto dei direttori di filiale vecchio stampo ha lasciato il passo a una nuova generazione di banchieri, formati alla scuola delle società di consulenza strategica e delle grandi banche d'affari internazionali. Alcuni hanno senz'altro capacità notevoli, mentre in altri casi qualche interrogativo è giustificato. 
L'impressione è che, da un certo momento in poi, la selezione dei vertici bancari sia avvenuta senza considerare nella giusta misura la capacità di gestione dei rischi.
«Tutto il potere ai rating» è diventato uno slogan di gran moda, con il risultato di consegnare alle agenzie di rating poteri pressoché assoluti. E ancora oggi, nonostante il terremoto che sta travolgendo il mondo della finanza e le cantonate prese, i tre big americani Standard & Poor's, Moody's e Fitch, padroni incontrastati dei rating a livello internazionale, dominano la scena. Riusciranno a evitare la resa dei conti? Difficile prevederlo. 
L'elenco di colpe, responsabilità e omissioni è lungo (basta ricordare, ma gli esempi sono davvero numerosi, che prima del crack il debito della Lehman Brothers era giudicato "affidabile" o che Fannie Mae e Freddie Mac, le agenzie americane specializzate nei mutui, hanno conservato fino al crollo finale una classe AAA che, nel linguaggio dei rating, definisce la capacità elevata di ripagare il debito). Non solo. 
Anche il peso dei conflitti d'interesse è devastante (il peccato originale è che le valutazioni vengono pagate dai clienti stessi), così come i sospetti che nascono da una semplice constatazione: troppo spesso l'aggiornamento dei rating dà il via a speculazioni di Borsa condotte da chi, non si sa come, risulta informato in anticipo.

Ora, come spesso accade, le grandi crisi possono determinare cambiamenti importanti, per esempio la rivalutazione dei direttori di filiale e della loro capacità di giudicare l'affidabilità delle aziende da finanziare
Al tempo stesso i curriculum degli aspiranti banchieri verranno letti con occhio diverso. 
Emblematica, in proposito, la battuta di un banchiere ben conosciuto. «Dopo quanto è accaduto - dice scherzando (ma non troppo) - l'esperienza fatta in certe banche d'affari anglosassoni piuttosto che nei blasonati istituti di credito svizzeri andrebbe considerata una giusta causa per bocciare i candidati e non certo per ritenerli adatti a incarichi di responsabilità».

Il Sole 24 Ore - Fabio Tamburini

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