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Internazionalizzazione

Export avanti adagio senza la spinta dei Bric

01.03.2010 Stime Ice a +3% - Pesa la ridotta presenza nelle aree emergenti.

L'export italiano avvia il recupero, anche se lentamente. 
Per i prossimi due anni, 2010-2011, crescerà del 3% all'anno in quantità. Sono le prime proiezioni del Rapporto Ice-Prometeia, presentato a Roma. 
Ma, nonostante il segno positivo, l'Italia si colloca ben al di sotto della crescita del commercio mondiale, stimato in un +6% annuo a prezzi costanti per il 2010-2011 (alla fine del prossimo anno non sarà ancora ritornato ai livelli 2008). 
Ci sono insomma spazi potenziali che le nostre aziende non riescono a cogliere. 
Per motivi che ieri sono stati spiegati da Alessandra Laterza, di Prometeia, e da Giorgia Giovannetti dell'Università di Firenze: le imprese sono ancora focalizzate su settori tradizionali del made in Italy e su mercati che nei prossimi due anni avranno uno sviluppo lento. 
A crescere sono i Bric: Brasile, Cina, India e Russia, oltre a Corea del Sud e all'area orientale-australiana. Zone difficili da raggiungere per il tessuto imprenditoriale italiano, composto da piccole aziende.


C'è un contesto difficile, con una torta piccola e concorrenti sempre più agguerriti, provenienti dagli stessi Paesi emergenti. Anche se gli spazi ci sono: la stima è che nel 2020 la popolazione mondiale con reddito pro capite superiore ai 30mila dollari aumenterà di circa 170 milioni di persone, un terzo nei Paesi avanzati ed il resto in quelli emergenti.

Tracciando un bilancio del 2009, il commercio mondiale ha avuto un calo del 16,6% in euro correnti, a seguito di una riduzione del 14,3% delle quantità scambiate e di un calo del 2,3% dei loro prezzi medi. 
Particolarmente colpite sono le aree dell'Europa centro-orientale e il Nafta, mentre i Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo e del Golfo hanno tenuto meglio.

L'anno scorso l'Italia ha perso quote di mercato, passando dal 4,7 del 2009 al 4,5 del 2009. 
Un andamento peggiore della Francia, che ha beneficiato ancora delle consegne nell'aerospaziale, ma meglio della Germania, che ha perso mezzo punto.

Le imprese italiane che hanno mostrato maggiori difficoltà sono quelle tradizionali del made in Italy, ad eccezione dell'alimentare. 
Nell'anno scorso, come ha detto ieri il presidente di Federalimentare, Giandomenico Auricchio, il fatturato del settore è stato di 120 miliardi di euro, con un export di 19 miliardi. 
La sfida, ha aggiunto, è andare sui mercati Bric, dove le industrie alimentari italiane hanno una presenza ancora limitata
Non solo per l'alimentare, ma anche per la meccanica, come ha ricordato Alberto Maria Sacchi, presidente di Federmacchine. 
«Le possibilità di crescita sono in quelle zone, mentre dal mercato interno è difficile aspettarsi ulteriori spinte», ha spiegato Auricchio, sollecitando, di fronte al presidente Umberto Vattani, un sostegno operativo dell'Ice sui mercati di maggiore potenzialità.

Sono andati meglio i settori dei mezzi di trasporto e i beni intermedi, sostenuti dal buon andamento della metallurgia in Nord Africa, Medio Oriente e Asia. 
Tirando le somme, non basta più riqualificare l'offerta, investire sui marchi e su altri fattori immateriali. 
Servono strategie di inernazionalizzazione più complesse, scrive il Rapporto, con strategie di riconversione degli sbocchi geografici, delle specializzazioni settoriale, delle strutture e dei processi produttivi. 
E quindi occorre anche il sostegno del sistema bancario e delle politiche di Governo.


Nicoletta Picchio
IL SOLE 24 ORE

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