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Era il novembre del 2001. Jim O'Neill, di Goldman Sachs, neanche se lo immaginava, che dando alle stampe quel report avrebbe fatto fortuna.
Nove anni fa nasceva l'acronimo Bric: stava lì, sintetico, esaustivo, a dire che Brasile, Russia, India e Cina sarebbero diventati i nuovi mattoni - per assonanza: in inglese, mattoni si scrive brick - senza i quali l'architrave del nuovo ordine mondiale non si sarebbe retta in piedi.
Oggi la Cina è un paese più emerso che emergente, il Brasile corre la sua corsa accelerata, l'India è un'economia da cui l'Asia non può prescindere e la Russia - di tutti la meno brillante - gestisce pur sempre alcune delle più grandi ricchezze naturali. Il loro ruolo, insomma, è un dato di fatto.
Per questo è l'ora di una nuova scossa. È l'ora di cercare i prossimi quattro.
Chi verrà dopo i Bric?
L'architrave è solida, i mattoni ci sono. Il mondo corre sempre più veloce, ha bisogno di vapore.
Dopo Bric, sarà la volta di Stim: Sudafrica, Turchia, Indonesia, Messico. In inglese, vapore si scrive steam, ma si pronuncia proprio così.
Stim è una proposta, non una certezza. Non il punto di arrivo, ma quello di partenza per una discussione sui paesi dove puntare gli occhi e guardare come nuovi mercati. Stim è la sintesi innanzitutto di dati economici, poi di pareri raccolti tra gli esperti, di suggestioni, anche di critiche.
E alle critiche, naturalmente, si presta.
Perché proprio Stim?
In una lettera al presidente del consiglio dell'Unione europea Herman van Rompuy, del 4 febbraio scorso, il presidente del gruppo dei liberaldemocratici al Parlamento Ue, Guy Verhofstadt, scrive: «Nel 2050 il G7 sarà composto da Usa, Cina, India, Russia, Brasile, Messico e Indonesia».
Secondo il Fondo monetario, nel 2013 il Pil dei paesi emergenti supererà quello dei paesi avanzati: per quella data, la Cina varrà l'11,4% del totale, il Messico il 2%, la Turchia l'1,4 e l'Indonesia l'1,3. Nel 2050 il Messico sarà la sesta più grande economia del mondo, sorpassando anche la Russia; l'Indonesia supererà l'Italia e il Canada, mentre la Turchia avrà redditi pro-capite pari a quelli americani di oggi. E il Sudafrica? Jim O'Neill, delle sue potenzialità, si era già accorto nel 2003, e al futuro del Sudafrica aveva dedicato un report apposito.
E poi Pretoria ha una popolazione che cresce in fretta, ha tanti giovani, una classe media tra le più interessanti, e, non ultimi, ospita fra 100 giorni i Mondiali di calcio.
Nel 2005 O'Neill scriveva: «I Bric non sono solo paesi in via di sviluppo dalla crescita sorprendente. Sono speciali perché hanno le dimensioni e le carte in regola per sfidare le maggiori economie in termini di infuenza sul mondo».
Una definizione perfetta per cercare i prossimi grandi quattro.
Ma al guru di Goldman Sachs la proposta Stim non piace: «Sudafrica, Turchia, Indonesia e Messico - dice - sono tutti fra i "nuovi 11" che già ho segnalato nel 2005, e non sopporto l'idea di separarne alcuni dal gruppo. E dopo 5 anni, ritengo che nulla sia cambiato».
Gli undici, insomma, per O'Neill restano quegli undici: oltre ai quattro Stim, Bangladesh, Egitto, Iran, Corea del Sud, Nigeria, Pakistan, Filippine e Vietnam.
A metà febbraio, la società di ricerca Euromonitor International se ne esce però con lo studio «New Frontiers: Strategy Briefing on the Next Eight Emerging Economies».
Parla di otto paesi: i quattro Stim, più Argentina, Polonia, Arabia Saudita e Corea del Sud. Ma la sua autrice, Alex Mc Kie, senior analyst, è d'accordo nell'indicare proprio nei quattro Stim l'effettiva prima linea.
«L'Indonesia - dice - è il quarto paese al mondo per abitanti, all'89% musulmani, ed è tra i pochi ad aver evitato la recessione grazie alla forza dei consumi interni. Il Sudafrica invece ha il tasso maggiore di crescita della popolazione, e a trascinare i consumi è la nuova classe media nera, e al suo interno sono le donne nere a decidere il 40% di tutto quello che viene speso nel paese».
A Pretoria dunque la scommessa è affascinante: il futuro è nero, ed è pure donna.
Per Mc Kie, i nuovi Bric vanno visti soprattutto come i prossimi grandi mercati per il vecchio Occidente.
«La strada per diventare anche i prossimi grandi produttori, come la Cina, invece è lunga», ammette. Né dobbiamo dimenticare le altre difficoltà: «Il Messico, per esempio - dice - ha accusato duramente la crisi americana, anche in termini di rimesse e di rientro di emigrati. La sua classe media, abituata a veder crescere il proprio standard di vita, è rimasta scottata dalla crisi e ora si muove guardinga. La Turchia è troppo dipendente dall'export, troppo bisognosa di materie prime. E al pari dell'Indonesia, sconta una preoccupante disoccupazione giovanile con cui dovrà fare i conti non solo economici, ma anche sociali».
A Paolo Guerrieri, docente di Economia internazionale alla Sapienza di Roma e vicepresidente dello Iai (Istituto Affari Internazionali), Stim piace a metà: «La vera storia dei Bric l'ha fatta la Cina, o meglio ancora l'Asia. Per questo i prossimi quattro grandi vanno ancora cercati lì, nell'area che si sta rivelando il nuovo motore del mondo».
Obbligato a una scelta, Guerrieri opta per il Vietnam al posto del Messico, «troppo legato agli Usa e ai suoi tassi di crescita tipicamente occidentali».
E se la Turchia lo convince, leverebbe il Sudafrica dalla lista: «Sarebbe importante che questo paese spiccasse il volo, ma è più un nostro auspicio, una nostra esigenza morale legata alla sua storia così particolare, e meno una realtà concreta».
Al suo posto, vede meglio i colleghi africani dell'Egitto, «la mancata promessa del Continente nero. Anni fa, avevano lo stesso reddito pro-capite della Corea del Sud. Poi hanno rallentato, ma potrebbero di nuovo correre».
«Vite», dunque, meglio di Stim? I prossimi anni ci diranno chi vince la scommessa.
Micaela Cappellini
IL SOLE 24 ORE