Il capitale principale, per le piccole e medie imprese italiane, è rappresentato dal proprio personale. Vero. Da non licenziare, nemmeno sotto la pressione più dura della crisi. Vero. Almeno fino a ieri.
Le aziende del nostro paese, infatti, potrebbero iniziare a tagliare. Almeno, questo si desume dalla ricerca effettuata da Kpmg scandagliando i progetti e le paure di 3.200 società fino a mille dipendenti di otto Paesi (oltre al nostro, la Germania, la Francia, il Regno Unito, la Spagna, il Belgio, l'Irlanda e la Danimarca).
Il 71% delle imprese italiane ha intenzione, nei prossimi dodici mesi, di mantenere inalterata l'occupazione.
Il 10% di aumentarla. Ma ben il 19% vuole ridurla: si tratta della quota più alta, pari soltanto a quella della martoriata Irlanda e tre punti sopra la media degli otto paesi considerati.
«Si tratta di un fenomeno da non sottovalutare - osserva l'economista Benedetto Della Vedova, deputato del Pdl - che potrebbe indicare come gli imprenditori paventino la fine della cassa integrazione». Il problema dell'attuabilità prossima ventura di questo specifico ammortizzatore sociale è ravvisato anche dal senatore del Pd Nicola Rossi, ex Banca d'Italia ed ex Fmi.
«La disoccupazione potrebbe diventare una questione spinosa - dice Rossi - e presto dovremmo porci il tema della reale efficacia di un sistema di intervento nelle crisi in cui, negli ultimi mesi, le scelte politiche e sindacali hanno spesso sovrastato le logiche di mercato».
Un altro segnale debole colto da questa indagine è rappresentato da una certa fragilità sul fronte internazionale.
Intendiamoci: nessun problema sul versante dell'export, che costituisce il punto di forza storico del nostro tessuto produttivo.
Non a caso, l'anno scorso "soltanto" per 32 imprese italiane su 100 la crisi ha rallentato la commercializzazione dei prodotti all'estero, contro il 43% di tutti i paesi europei.
La criticità, invece, si avverte sull'internazionalizzazione in senso più esteso.
Nei prossimi due anni, infatti, solo per il 15% degli imprenditori italiani la sfida principale è quella dell'espansione internazionale, a fronte di una media europea del 25 per cento.
La prospettiva, dunque, è di accontentarsi di portare le proprie merci nel mondo, senza andare nel mondo con le proprie strutture, le proprie fabbriche e i propri capitali.
«Occorre evitare il rischio di un ripiegamento, anche psicologico, all'interno dei confini nazionali - auspica Luca Ferranti, partner di Kpmg e curatore dei risultati italiani della ricerca - la crisi ha colpito il sistema produttivo italiano in una fase di trasformazione, proprio quando le nostre aziende stavano guadagnando quote sui mercati internazionali. Su questo fronte non è possibile tornare indietro».
Appoggiatasi la polvere della recessione, riemergono alcuni elementi tipici della storia italiana.
«Nessuno ha mai messo in dubbio la vitalità delle nostre imprese all'estero e la loro capacità di resistenza alle difficoltà - dice Della Vedova - ma ora bisognerebbe chiedersi quali scelte compiere per aumentarne le dimensioni medie, così da renderle più robusta nella navigazione a mare aperto».
Misure a beneficio di chi decide di fondersi e di aggregarsi che Della Vedova, da vecchio liberista, riconduce sostanzialmente alla leva fiscale.
Ci sono, poi, i nodi strutturali che il nostro paese non riesce mai a sciogliere.
Le imprese italiane lamentano come la loro competitività sia penalizzata da un'imposizione fiscale troppo elevata (48%) e dall'eccessiva burocrazia (45%).
«I risultati di questa ricerca - osserva a tale proposito Rossi - sono speculari alle proiezioni del Pil che danno l'Italia in crescita per quest'anno dell'1 per cento, mezzo punto in meno rispetto agli altri competitor. Sembra poca cosa. Ma non è così. Replica mezzo punto in meno per quindici anni e avrai una perdita significativa di competitività».
In un contesto complesso, in cui le imprese italiane mostrano debolezze materiali relative maggiori rispetto a quelle degli altri paesi comunitari, c'è però un fattore immateriale sorprendentemente migliore: la fiducia.
Nonostante tutto, il 60% dei piccoli e medi imprenditori italiani crede che la ripresa ci sarà quest'anno, contro una media europea del 44 per cento.
Entrando nel dettaglio, l'ottimismo riguarda il 42% dei tedeschi e il 29% degli spagnoli.
Una fiducia che fa il paio con l'attivismo sul fronte dei nuovi prodotti.
Nei prossimi due anni, il 65% degli italiani studierà nuovi prodotti e servizi, dieci punti in più rispetto alla media europea, tredici punti in più di quanto non accadrà in Francia e diciassette punti in più che in Germania.
«Tutto questo - conclude Ferranti - dimostra che gli imprenditori nel nostro paese hanno ancora voglia di rischiare».
Paolo Bricco
IL SOLE 24 ORE