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ICT e Internet

Lucchetti digitali da 800 milioni

28.10.2009 I piani per la sicurezza delle Pmi.

Il criminale 2.0 usa arnesi da scasso digitali. Game over, gioco finito per i "vecchi" hacker, quelli che si accontentavano di azioni eclatanti ma poco dannose, utili per far conoscere al mondo la loro abilità nel maneggiare stringhe di codice. 
Oggi, invece, chi commette illeciti informatici lo fa solo per danaro. 
È quanto hanno imparato, a loro spese, le aziende italiane che nel 2009, secondo le stime dell'Assinform rielaborate dal Sole 24 Ore, hanno speso circa 800 milioni di euro in sicurezza informatica, con una previsione di crescita dei budget per il 2010 che sfiora il 10 per cento.

Online, ai "giusti" indirizzi, si trova di tutto. Basta andare a frugare nei server sparsi in paesi come l'ex Unione Sovietica e Panama, solo per fare un paio di esempi di capitali del cybercrimine: database di identità rubate, account di conti bancari sul web, gestori di siti in grado di scatenare attacchi Ddos (Distribuited denial of service), che bombardano di richieste i siti web presi di mira per farli collassare.

Ma c'è anche il caso della classica Pmi italiana, ad alto contenuto tecnologico, che si vede scippare dal dipendente in fuga costosi progetti, copiati di soppiatto su una chiavetta Usb. 
Come è capitato a un'azienda della Brianza, che chiede di non essere citata, attiva nel settore delle macchine movimento terra. Azienda che si è vista rubare centinaia di moduli disegnati con il Cad. 

Ma le Pmi hanno davvero capito che non è una velleità investire nei "lucchetti" digitali? 
Risponde Stefano Zanero, fondatore e responsabile tecnico di Secure Network, società specializzata in sicurezza informatica: «È più facile quantificare il ritorno d'investimento di un applicativo rispetto a quello di una suite per proteggere i propri server. 
La sicurezza digitale è un po' come il premio di un'assicurazione: ti accorgi che ti serve quando vai sbattere ed è scaduta».

E allora capita in un settore sensibile come quello del credito, che grandi banche svolgano a puntino i compiti sulla sicurezza, che si armino a dovere contro le minacce digitali, per poi compiere il più banale dei passi falsi. «Parliamo di strutture ben protette dal punto di vista del software - continua Zanero - ma non del suo funzionamento. Per esempio mi è capitato di trovare nei sistemi di un grosso istituto una banale cartella con i privilegi di lettura, cioè accessibile a tutti, che conteneva i pdf delle dichiarazioni dei redditi dei clienti».

Intanto su internet si trovano "kit" che vanno da 100 ai 20mila euro per diventare cybercriminali: ti affittano un sito in un paese senza Authority di controllo, insieme con i database di persone fisiche, racconta Fabrizio Testa, responsabile per l'Italia di GData Software. «E iniziano anche i primi virus su Twitter - sostiene David Orban di Questar - ma anche chi vende gli antivirus finti, con prezzi dai 20 ai 50 dollari».

Sul fronte dei cellulari, c'è invece chi lavora a proteggere le conversazioni da orecchi indiscreti. 
Come Khamsa, azienda italo-svizzera nata da un progetto del Politecnico di Milano, da poco diventata Spa, anche in vista di una possibile quotazione «che potrebbe avvenire nel prossimo triennio», dice Carlo Marchini, il nuovo amministratore delegato appena "strappato" a Google. 
Khamsa produce un software dedicato alle imprese che costa 600 euro: si scarica in pochi secondi e permette di cifrare le conversazioni. 
A patto, però, che anche il ricevente faccia lo stesso prima di alzare la cornetta, questa volta però senza costi.


Daniele Lepido
IL SOLE 24 ORE

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